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Carmine Abate e i sapori dell’appartenenza al Dipartimento di Agraria |FOTO|

Il 6 aprile a Reggio Calabria si è svolto il terzo seminario del ciclo “A/R(m): Andare/Restare (comunque in movimento)” promosso dalla Biblioteca del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea. Lo scrittore Carmine Abate vi ha presentato il suo ultimo libro “Il banchetto di nozze e altri sapori” recentemente pubblicato da Mondadori. Il seminario, svolto in collaborazione con il Touring Club Italiano (Club Territorio di Reggio Calabria), è stato introdotto dal Prof. Giuseppe Zimbalatti, direttore del Dipartimento, e dal Prof. Salvatore Di Fazio, delegato ai Servizi di Biblioteca.
Carmine Abate, nato a Carfizzi (KR), è uno dei più importanti scrittori italiani, insignito di prestigiosi premi e riconoscimenti (Premi Campiello, Alvaro, Stresa e tanti altri). Risiede e insegna in Trentino, ma ha mantenuto un legame vivo con la sua terra. Il libro presentato è una raccolta di racconti dal contenuto autobiografico; attraverso il cibo, partendo dal legame tra luoghi, esperienze e sapori, vi viene proposta una lettura originale dei temi dell’appartenenza, delle radici, del confronto con le altre culture, dell’accoglienza. Il seminario, condotto da Salvatore Di Fazio nella forma di un’intervista in pubblico, ha consentito di esplorare la ricchezza delle pagine del libro e di entrare in modo suggestivo nel mondo e nella visione dell’autore. Ne proponiamo una sintesi.
D: Nei tuoi libri l’alternarsi di partenze e ritorni è rappresentato come il respiro di interi territori. Anche ne “Il banchetto di nozze e altri sapori”, ciò si avverte sin dalle prime pagine...
C.A.: Il tema dell’emigrazione si lega alla mia comunità di origine, quella arbëresh. I profughi albanesi che dalla seconda metà del XV secolo sono arrivati in Calabria e nel Sud Italia hanno fondato diversi paesi, costituendo una sorta di arcipelago culturale. Io sono nato in uno di quei centri, a Carfizzi nel 1954, l’anno in cui in Italia arrivava la TV con le prime trasmissioni RAI. Fino all’età di sei anni parlavo solo l’arbëresh. La lingua italiana l’ho incontrata per la prima volta a scuola. Da allora ho dovuto sempre mettere a confronto la mia identità con le altre. Ho iniziato a capire le mie radici quando di anni ne avevo sette e sulla spiaggia di Punta Alice vidi mia nonna prendere una manciata di sabbia e baciarla. Lo stesso gesto - dopo, nello stesso luogo - lo avrei visto fare a mia madre e spiegato a mio figlio. È un gesto di memoria collettiva, in ricordo di quelli che nel Quattrocento proprio lì erano sbarcati fuggendo dagli ottomani.
D: La tua vita personale si è dovuta confrontare spesso con l’emigrazione. Quale ne è stata la tua esperienza?
C.A.: Ho fatto parte di una famiglia in cui tutti sono partiti. Mio nonno nel 1903, cercando lavoro e fortuna negli Stati Uniti. Poi è partito mio padre, quando avevo solo quattro anni. È partito subito dopo la Riforma agraria, che si è avviata proprio nei nostri luoghi, con l’occupazione dei latifondi e le rivolte dei contadini sedate nel sangue. Certo, se la Riforma si fosse attuata diversamente, se ai contadini non fossero toccati che dei minuscoli fazzoletti di terra incolta, petrosa e improduttiva, forse tanti non sarebbero stati costretti a emigrare. Invece, mio padre è partito per fare il minatore in Francia. Poi si è trasferito in Germania, passando gran parte della sua vita lavorativa ad asfaltare strade. Mio padre è emigrato per dare futuro ai figli, per farmi studiare, certo che solo attraverso la cultura e l’istruzione avrei avuto accesso a una vita migliore. Infine, anch’io son partito.
D: Perché sei andato via?
C.A: Per necessità, anche io. Ho studiato Lettere in università a Bari. Avrei voluto fare l’insegnante. Dopo la laurea mi son fatto i conti: fossi rimasto in Calabria, con incarichi precari, forse sarei entrato in ruolo a 53 anni. Così sono andato via, anche io per poter lavorare. Ho avuto i primi incarichi di supplenza nel nord Italia e poi ho insegnato nelle scuole italiane in Germania: ad Amburgo, Bielefeld, Brema, Lubecca e, per sei anni consecutivi, a Colonia. Da laureato, ho vissuto gli stessi problemi degli altri emigranti. La difficoltà di integrazione, le discriminazioni, il razzismo...
D: Quando ti sei scoperto scrittore e come la scrittura ti ha aperto uno sguardo nuovo sull’esperienza?
C.A.: La prima volta che sono andato in Germania ho sentito, proprio lì, l’urgenza di scrivere per denunciare l’ingiustizia dell’emigrazione, perché ognuno ha il diritto di restare e di lavorare nella propria terra. Ho cominciato a scrivere per rabbia e con rabbia. Più tardi, a Colonia, mentre insegnavo italiano ai figli degli emigranti, click! mi si è accesa una lampadina: dovevo trasformare questa esperienza da ferita, qual era, in ricchezza. Mi sono detto che tutta la negatività della condizione dell’emigrante comincia dallo sguardo che si assume su di sé. Non dovevo più guardare a me stesso con gli occhi degli altri, altrimenti non avrei neanche potuto più capire chi ero. Per i tedeschi ero uno straniero emigrante, per gli altri stranieri un italiano, per gli italiani del nord un terrone meridionale, per i meridionali un calabrese, per i calabresi un arbëresh, per gli arbëresh del mio paese un “germanese”. Ma chi sono io? mi son detto... - Ma come chi sono...sono semplicemente Carmine Abate! È da allora che ho deciso di guardarmi in un altro modo e di vivere per addizione.
D: “Vivere per addizione” è una sorta di motto della tua vita. Cosa intendi?
C.A.: Noi siamo come alberi, non possiamo vivere senza radici. Ci sono alberi, come i ficus magnolioides che potete ammirare sul lungomare di Reggio Calabria, che man mano che crescono hanno bisogno di mettere nuove radici, radici aeree, radici “volanti”. Sono radici vive, se uno le spezza ne esce sangue, vita, linfa...Così noi dobbiamo curare le radici iniziali, quelle dell’origine, ma dobbiamo anche prenderci cura di quelle nuove, quelle che man mano mettiamo crescendo, in altri luoghi.
D: Ne “Il banchetto di nozze...” c’è un racconto che si intitola “Canederli”. Il tentativo di trovare una sintesi positiva delle esperienze attraversate si serve di metafore alimentari...
C.A.: I canederli li ho apprezzati per la prima volta in Trentino e da quando abito lì sono una pietanza che sento mia. Anche i sapori si sommano, si mischiano come le nostre vite, ed ecco allora che così son venuti fuori i canederli con la ‘nduia, come dire un sapore nuovo con retrogusto per me antico. Siamo tutti fatti degli stessi ingredienti, ne cambiano le proporzioni, l’amalgama... Nel mio libro lo stesso concetto è espresso così: “Ogni luogo è un sapore. Chissà che palato ricco di gusti ti farai vivendo in tanti posti diversi. L’importante è che li aggiungi ai sapori della nostra terra, di quelli siamo fatti nel profondo, della sua scorza odoriamo, anche se viviamo altrove”.
D: Oggi si pranza spesso da soli e la famiglia non si raduna più alla mensa domestica. Eppure il mangiare insieme ha un valore sociale enorme, non credi?
C.A.: Il cibo è un punto di incontro tra la nostra cultura e quello che il territorio ci offre. Intorno ad esso si tessono rapporti, si trasmette cultura, si scambiano valori e insegnamenti e, soprattutto ci si accoglie l’un l’altro. Sono cresciuto in una comunità in cui i bambini mangiavano a tavola con i grandi e in cui chiunque si trovasse a passare da una casa con la tavola imbandita veniva invitato a sedersi tra i commensali, anche solo per un momento, con la consueta frase “A favorire”. Questa dimensione comunitaria è ciò che oggi più ci manca.
D: Nel tuo libro, in epigrafe, citi una frase di Jean-Claude Izzo “Cucinare, mangiare vuol dire questo: accogliere. Gli amori, gli amici, i figli, i nipoti”. Come si sviluppa, intorno al cibo, l’accoglienza?
C.A.: Quando mio padre per un certo periodo, lasciata la Germania, si ristabilì a Carfizzi, prese a lavorare in paese come fruttivendolo. D’estate lo aiutavo. Con il camioncino andavamo in giro a vendere le angurie che provenivano dalla valle del Neto, belle e dolcissime. Un giorno ne avemmo una gigantesca, pesava quasi un quintale. Tutti vennero a guardarla, radunati intorno a noi. Allora mio padre con un colpo secco vi affondò il coltello nel punto centrale e l’anguria si aprì in due con un botto, rossa e succosa. Ne distribuì le fette tra i presenti e fu una festa. A me fu riservata la parte migliore, quella centrale, la “cresta del gallo”. Ci sono tante ricorrenze nelle quali il desinare insieme abbraccia tutti, anche i defunti, ed è sempre una festa. Così è in molti paesi di tradizione albanese del sud Italia, nei quali in occasione della ricorrenza dei defunti si preparavano dei dolci tipici e si andava al cimitero per offrirli, davanti alle tombe dei propri cari, a coloro che venivano a prestar omaggio.
D: Oggi nei media si parla molto di cibo e tradizioni alimentari. Si potrebbe pensare che anche Carmine Abate sia approdato al filone letterario-gastronomico. Invece, che tipo di libro è “Il banchetto di nozze e altri sapori”?
C.A.: Tra i miei libri questo è forse il più autobiografico. Parlo di episodi della mia vita, tutti in qualche modo legati a cibi e sapori. Il rapporto con il cibo tocca la quotidianità delle relazioni umane e molti degli insegnamenti che ho ricevuto hanno a che fare con esso. In un altro mio libro, “Il bacio del pane”, la posizione morale del personaggio che è al centro del romanzo viene rivelata proprio da quel gesto, un gesto antico. Da bambino ricevetti da mia madre uno scapaccione memorabile, uno dei pochi, perché avevo buttato una fetta di pane che mi era caduta per terra. Il pane non si butta; quello caduto semmai lo si dà agli animali, ma prima lo si bacia: è un segno di rispetto per il lavoro e la fatica che il pane contiene, la gratitudine per il dono che ce ne è fatto. Quell’estate in cui sono andato la prima volta ad Amburgo a trovare mio padre, ancora studente, ho lavorato in una fabbrica di conserve alimentari. Mi diceva mio padre “Lavora, così impari come si mangia il pane”. Oggi questo legame così stretto tra la fatica di produrre il cibo, la terra e la tavola imbandita, non è immediatamente presente nella nostra cultura. Dobbiamo recuperarlo.
D: Tra i tanti sapori di cui nel libro si parla c’è anche quello della “cuntintizza”. Che sapore è?
A: Per gli emigranti e le loro famiglie è il sapore del ricongiungimento, del ritrovarsi con i cari di cui si era avvertita la mancanza. Per me, per tanti anni, è stato il sapore del compimento di un’attesa, del ritrovarci insieme a tavola con mio padre finalmente a casa per le ferie estive o per Natale. Oggi per me il sapore della “cuntintizza” è quello della riconciliazione con la mia terra, con le mie radici.
D: La narrazione che si dà della Calabria - sui giornali, in TV – frequenta superficialmente luoghi comuni consolidati. Nei i tuoi libri, invece, si scardina l’ovvietà...
A: Ho voluto dare della mia terra una narrazione diversa, lontana dagli stereotipi del binomio ‘ndrangheta & peperoncino. Abbiamo tutti il compito di abbattere i luoghi comuni. Io provo a raccontare la complessità di questa terra, non per “strategia”, ma perché così è la realtà e uno scrittore ha il compito di raccontarne tutti gli aspetti. Anche noi abbiamo il nostro tartufo; ci sono altri sapori, altri paesaggi, la spiaggia di Punta Alice e i campi di sulla che fanno rossa la “Collina del vento”. C’è la ‘ndrangheta, anche io ne racconto, ma c’è anche chi ogni giorno la combatte ed è giusto dar voce alla Calabria che resiste e costruisce.
D: La Calabria è rimasta indietro in tante cose, ma oggi segnali incoraggianti vengono dal settore agricolo e forestale. Quale futuro immagini per la regione?
A: È nell’agroalimentare, nella qualità dell’ambiente, nella valorizzazione dei boschi che la Calabria deve innanzitutto vedere il suo futuro. Però deve anche imparare a organizzarsi diversamente, emulando altre regioni virtuose, come il Trentino, dove abito. Questo è il mio sogno: che qui si possa vivere bene di agricoltura e della bellezza del paesaggio, di un ambiente sano, di turismo. Occorrono formazione, organizzazione, qualità, professionalità, legalità. Il futuro sta lì. Il Dipartimento di Agraria, può far molto per aiutare i giovani a cercarsi un futuro diverso in questa terra. Mi auguro che un giorno ciò possa accadere.

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